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  Garbo [ (Cronache del Tempo Medio) ]
         

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21 gennaio 2012

VONGOLE FEROCI 1





Mettetevi comodi, il post è lungo, la vita breve, l’arte vasta, l’occasione è fugace, l’esperimento malcerto e il giudizio difficile ... versatevi un calice di chardonnay (sono ottimi quelli trentini e ancor di più quelli che producono sulle pendici dell’Etna; io, invece, sto assaggiando un “millebaci”, un inzolia monovitigno prodotto a Gravina di Catania) e iniziate la lettura gustando al contempo e il vino e lo scritto, non prima di aver ripetuto l’invocazione di Saffo ad Afrodite, madre di Eros: “Vieni, o Cipride, offri le tue corone e nell’auree coppe versa il nettare mischiato dolcemente col desio ...”. (A chi volesse semplicemente la ricetta e un breve riassunto, mi farò premura di inviargliele entrambe in privato).





Questo l’ho fatto io, con le mie mani, perché le mani sono molto importanti, ci si può fare cose molto interessanti, addirittura preziose con le nostre mani, per Spinoza le mani furono il simbolo della sua indipendenza intellettuale, piuttosto che sottomettersi alla tradizione culturale ebraica e ad una immagine divina trascendente e terribile, imparò a molare lenti, a sagomare occhiali.
Pur di poter scrivere la contestata frase: “Deus, sive natura”, di non rinunciare alla sua libertà di pensiero, rifiutò la cattedra a Heidelberg (perché un cattedratico è pur sempre un funzionario dell’establishment) e accettò l’espulsione dalla sinagoga di Amsterdam, in cui i rabbini gli scagliarono contro tutti i loro strali: “[...] escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza. [...] Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l'Eterno non lo perdoni mai. Che l'Eterno accenda contro quest'uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge. E quanto a voi [...] sappiate che non dovete avere con Spinoza alcun rapporto né scritto né orale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti”. (Emilia Giancotti Boscherini, Baruch Spinoza 1632-1677, Editori Riuniti, Roma, 1985, p. 13).
Ci si può cucinare un buon piatto con le mani, si può aggiustare (novelli demiurghi) il giocattolo rotto di un bambino vedendo riaffiorare sul suo viso un nuovo sorriso, rendendolo felice, si può accarezzare la donna che amiamo (un maschio fa fatica a comprendere quanto una donna sia assetata di carezze, pensa che la donna voglia semplicemente sentire la sua “potenza”, vuole essere ammirato per questo, ma la donna oltre a ciò vuole sentire sul suo corpo anche la dolcezza del suo uomo ... le donne sono esseri straordinari, ci amano nonostante la nostra insensibilità e la nostra ignoranza).
Una donna vuole carezze, vuole il contatto fisico, è vero, ma vuole anche essere lei a scegliere il chi e il quando; mi è successo in questi giorni di assistere ad un concerto di Diane Schuur, stupenda vocalist e pianista, figura preminente nel panorama contemporaneo della musica jazz e blues, cieca dalla nascita.
Con un’amica che mi aveva accompagnato eravamo seduti in un tavolo vicino al palco in vicinanza della scaletta che vi conduceva, quando la cantante stava passando in prossimità del nostro posto a fine concerto, presa ancora dai sentimenti che quella musica ci aveva suscitato, la mia amica ha steso la mano per toccarla, forse per stringerle una mano, forse per accarezzarla e farle sentire quanto aveva gradito, quando mi sono accorto di quel gesto l’ho bloccato sul nascere, e lei mi ha guardato interrogativa.
La risposta l’ha avuta soltanto pochi secondi dopo, una signora sul tavolo vicino al nostro ha fatto la stessa cosa che voleva fare lei, la Diane ha trasalito a quel contatto e si è ritratta, è una forma di violenza e di invasione dell’intimità quella di toccare, accarezzare una persona senza che questa in qualche modo concordi o che possa anche solo vedere e capire cosa sta accadendo, in molti casi le persone di spettacolo interrompono la mano che vorrebbe toccarli protendendo a loro volta la mano.
Il contatto fisico è importante, non solo per le donne, fin da bambini strilliamo a squarciagola e non soltanto quando abbiamo fame o sete o freddo o caldo o perché siamo disturbati da qualcosa, strilliamo perché la mamma ci prenda in braccio, ci stringa a sé.
Tutti i miei colleghi che si occupano di bambini parlano di questo bisogno di contatto fisico del bambino che trova il suo corrispettivo nel bisogno che ha la madre di sentire vicino il proprio bambino (Harry Stack Sullivan chiamava questo il “bisogno di tenerezza”, che lega entrambi, madre e bambino).
Harlow, Bowlby e Sander documentano questa ricerca fin dagli anni 50 del secolo scorso scrivendo che questo abbraccio, la relazione, l’interazione sono più importarti persino della gratificazione delle necessità primarie (esattamente il contrario di ciò che asseriva Freud, il quale riteneva l’amore un epifenomeno della sopravvivenza dell’individuo e della specie: ti amo perché mi nutri e ti prendi cura di me (il bambino), ti amo perché in te sopravvivono i miei geni (la madre); oppure un fenomeno narcisistico: ti amo perché sei simile a me.




René Spitz descrive la cosiddetta “depressione anaclitica” nei neonati allevati in istituti; questi bambini venivano nutriti, puliti, gratificati in tutte le loro necessità fisiologiche, ma tutto ciò veniva fatto dalle infermiere in maniera impersonale, ci si prendeva cura dei loro corpi, dei loro bisogni, ma asetticamente, senza quella tenerezza che contraddistingue la diade madre-bambino, riducendo al minimo le occasioni di gioco, di interazione e di contatto fisico.
I bambini sottoposti a questo regime inizialmente erano lamentosi, strillavano, piangevano, richiamavano continuamente l’attenzione e iniziavano a perdere peso, poi rifiutavano il contatto fisico, cessavano di piangere, perdevano la mimica facciale, erano insonni, sembravano in continuo stato letargico, avevano uno sviluppo motorio ritardato, non interagivano più con gli adulti, continuavano a perdere peso.
Questo stato di cose peggiorava fino al marasma psico-fisico e poteva condurre anche alla morte del bambino (il tasso di mortalità era elevato negli istituti gestiti in maniera razionale e industriale, dove i bambini venivano nutriti, puliti e accuditi come se si fosse in una catena di montaggio), ma bastava che il bambino trovasse qualcuno che si occupasse di lui attivamente perché questa forma di depressione sparisse completamente e il bambino riprendesse rapidamente peso e ritornasse ad interagire con gli adulti come qualsiasi altro bambino senza alcun problema.
C’è un’ipotesi interessante che riguarda l’anoressia mentale e i disordini alimentari in genere, uno dei sintomi dell’anoressia (forse il più significativo e preoccupante) è la dismorfofobia, cioè la preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto fisico che viene visto in maniera distorta (è il caso della ragazza anoressica che pesa sotto i quaranta chili, che continua a vedersi “grassa” allo specchio).
Si pensa che questo sintomo abbia a che fare con la costruzione della propria immagine corporea a partire dalle sensazioni tattili nella primissima infanzia, il bambino (prima ancora di giungere allo stadio dello specchio, quando capisce che quella sagoma riflessa è lui e nessun altro) comincia a percepire i confini del proprio corpo a partire dalle sensazioni tattili che gli provengono dalla sua superficie cutanea, così delinea i confini del suo corpo che saranno integrati nei confini di sé.
Naturalmente, le manipolazioni materne aiutano molto il bambino piccolo a percepirsi, ma noi apparteniamo ad una cultura in cui i bambini vengono “toccati” poco; forse si tratta di un retaggio della religione cristiana che vede il peccato insidiarsi nella carne e che non risparmia nemmeno i bambini, oppure, invece, del dualismo innestato da Platone nel pensiero dell’Occidente, che divide il corpo dallo spirito e svaluta il primo facendo ricadere tutte le cure e le attenzioni solo sul secondo, o ancora della preoccupazione di evitare presunti traumi sessuali precoci al bambino.
Toccare i nostri bambini è diventato talmente problematico a causa di remore religiose, teorie e precetti di psicologia evolutiva sostanzialmente errati (o esagerati), veicolati da pessimi pediatri e ancora più pessimi divulgatori scientifici (nelle riviste femminili o persino in quelle con qualche pretesa di scientificità), al punto che ci sentiamo pieni di sensi di colpa, quasi dei pedofili, quando questo avviene inavvertitamente.
È un timore che si coglie pienamente quando una madre vi racconta fra l’atterrito e l’orgoglioso che mentre puliva il proprio bambino, sfiorandolo appena nelle parti intime, ha notato in lui un’erezione (o quella che era inequivocabilmente una smorfia di piacere, se si tratta di una femminuccia) ... questa mamma sarà molto più cauta e molto più attenta a non avvicinarsi più in quelle zone che la mettono in contatto con quelli che sono i suoi limiti nella concezione del suo corpo e della sua sessualità e non certo con i problemi presenti e futuri del suo bambino.
In Africa, ad esempio, non esiste qualcosa di simile alla dismorfofobia e non esiste quasi la anoressia nervosa (anche se si sta facendo strada a colpi di catechismo ... analizzate la vicenda di Milingo, l’hanno rivestito di una tonaca, l’hanno fatto cardinale, principe della chiesa, alcuni pensavano utopisticamente e con una certa ignoranza della storia che avrebbe potuto essere il primo papa nero, e invece questo africano testardo non è riuscito a capire perché la donna è peccato, perché è il “vascello del demonio” e non ha voluto rinunciarvi, rinunciando piuttosto a tutti i privilegi della sua carica).
Guardatele le donne africane come stringono a sé praticamente in molti momenti della loro giornata i loro bambini, come li tengano infagottati e attaccati al loro corpo anche quando vanno in giro o quando lavorano, come stimolino molto il loro corpo e ricerchino costantemente il contatto visivo, mentre le donne occidentali quasi non toccano il loro bambini se non quando lo ritengono necessario (quasi mai in un contesto di gioco o piacevole, comunque, ma nell’ambito di una incombenza, di un compito), e stimolino molto di più l’intelletto, la mente dei loro figli (c’è chi già a pochi mesi regala il “sapientino” al proprio figlio). 




21 gennaio 2012

VONGOLE FEROCI 2




Si tratta semplicemente di spaghetti comuni, lo spaghetto deve essere spaghetto anche nelle dimensioni, perché anche le dimensioni sono importanti, certo, si dice comunemente che non contino più di tanto ed è vero in un certo senso, la teoria secondo cui più grande è l’organo e maggiore è il piacere è la più squallida delle teorie e pecca del più bieco materialismo, non sottoscriverei e non darei troppo credito all’ansia che ci attanaglia tutti (uomini e donne, non è soltanto un problema maschile, sapete? Le donne sono più preoccupate degli uomini e sono quelle che più di chiunque altro cercano di rimediare con tutti i mezzi che la moderna cosmesi e la chirurgia estetica mettono loro a disposizione) per le dimensioni.
Pèro (con l’accento sulla prima vocale, come pronuncia un mio collega sudamericano quando vuole introdurre il suo cauto dissenso da ciò che ho appena detto) non è vero che non siano importanti ... direi che uno spaghetto n° 7 possa andare più che bene, anche il n° 5 al limite, perché se più grande si fa fatica ad arrotolarlo perfettamente intorno alla forchetta con una certa eleganza, se più sottile, vi sembrerà di mangiare fili di ragnatela.
E arrotolare bene lo spaghetto intorno alla forchetta con una certa eleganza è molto importante, segna il confine fra la raffinatezza e l’abbrutimento, il saper e il non saper mangiare bene di chi semplicemente ingurgita il cibo; ci sono persone che non sanno mangiare gli spaghetti, c’è chi li cucina spezzati invece che interi, c’è chi non riesce ad attorcigliarli sulla forchetta e si aiuta con un cucchiaio o chi li spezza con i denti facendo ricadere su piatto ciò che fa fatica ad inserire nella sua cavità orale, chi invece li succhia creando schizzi e rumori molesti e imbarazzanti.
Un mio amico e collega, Raul, era solito prendere sempre e rigorosamente spaghetti se erano disponobili, quando andavamo insieme a mangiare nella mensa universitaria, poi si accingeva con il coltello e la forchetta a tagliarli; devo aver fatto un’espressione inorridita come chi vedesse Attila l’unno avventarsi con le fauci su un cosciotto di montone sanguinolento per sbranarlo, vedendo la scena del taglio degli spaghetti, sicché in mia presenza si sforzava di non tagliarli e di usare la sola forchetta per mangiarli.
Non ho mai capito né approvato la mania di alcuni ristoranti di servire spaghettini col pesce (e mi sono altrettanto oscure le ragioni per cui si usano le penne lisce invece di quelle rigate) ... dicono che la cottura sia più breve e si velocizza il servizio ... ma io credo che si possa aspettare qualche minuto in più se la qualità del piatto vale l’attesa.
Alcuni anni fa (ma sarebbe più corretto dire “molti”) avevo prenotato un tavolo “vista mare” in terrazza in quello che allora era considerato uno dei migliori ristoranti di una delle più splendide perle sulla riviera adriatica, ed ero in compagnia di una bella dama.





L’idea era quella di una cenetta romantica, in uno scenario incantevole, fra buoni cibi conditi con l’odore di salsedine, lo sguardo che quando non metteva a fuoco il mio lei e il suo me, poteva riposarsi su quella infinita e rilassante distesa d’acqua, un pianoforte a coda nero lucido, di marca Petrof, era posizionato in mezzo alla terrazza, coperto da un gazebo, il pianista accompagnava (in modo eccellente, a mio parere) una donna di colore che cantava con voce soave, melodiosa e potente, e che si muoveva felina fra i tavoli, ammiccando e sorridendo, e che ti guardava dritto negli occhi come per dirti: “La canto solo per te!”.
Non ero mai stato in quel posto, mi era stato consigliato da amici, non sono tipo da programmare con meticolosità gli eventi, non faccio sopralluoghi, non porto le persone solo dove sono già stato, non chiedo informazioni sul gestore, sul cuoco, sui camerieri a chiunque sia anche solo passato dal marciapiede del locale, perché tutto sia perfetto o per avere quella piacevole sensazione del dominio perfetto del territorio e di giocare in casa che molti maschi ricercano attivamente (forse pensano di essere svantaggiati se partissero alla pari).
Sono attento, invece, cerco di capire in profondità l’altra persona, conoscere chi è e quali siano i suoi desideri e le sue preferenze, mi piace anche molto poter scegliere insieme un posto (è un buon modo per conoscersi), e questo perché mi piace rischiare insieme alla persona che mi accompagna, mi piace scegliere insieme, fiutare insieme le cose prima di decidere, mi piace la donna polivalente, quella che si trova bene nel posto rinomato come in una bettola (fatta salva la cortesia, l’igiene e la buona cucina), e poi sono presuntuoso ... presumo, ad esempio, che la persona sia li con me per me e non per altro (e questo perché io sono li principalmente per lei, con lei).




Quando il proprietario si accostò al nostro tavolo per proporci (a voce, senza menù, dando l’aria che stava improvvisando d’emblée una cenetta prelibata solo ed esclusivamente per noi) uno “spaghettino” col “pomodorino” con una voce estremamente caramellosa che strideva con ciò che io sono, con ciò che credevo fosse la mia accompagnatrice e con il modo in cui pensavamo di trascorrere la serata, io mi sono alzato dal tavolo e ho accennato ad andarmene porgendo la mano alla signora che mi accompagnava.
Lei, come invasa da sacro furore, mi ha seguito ispirata da una perfetta corrispondenza di sentire e di intenti, e con la solennità e l’orgoglio di due cavalieri templari che abbiano preso la croce per liberare la terrasanta, ci siamo avviati all’uscita, senza profferire verbo, fra lo stupore del gestore e di tutti i presenti (persino il Petrof scricchiolò).
Le vongole devono essere veraci (sono più saporite ed esteticamente più belle nel piatto), di sicura provenienza, certificate (assicuratevi che nella retina d’acquisto ci sia il marchio CEE), questo per evitare che possano veicolare malattie come le epatiti e il tifo e che cucinandole non emanino quell’odore di “freschino” che talvolta può capitare di trovare anche se si tratta (come è previsto dalla legge) di vongole d’allevamento.
Visto che vivono praticamente immerse nella sabbia e che si acquistano vive, la prima cosa da fare è immergerle in acqua fredda con l’aggiunta di sale grosso per almeno due ore, perché si spurghino, e di tanto in tanto sfregarle energicamente fra di loro con le mani e cambiare l’acqua.
Sciacquatele sotto l’acqua fredda corrente e mettetele in una pentola col coperchio sulla fiamma vivace per qualche minuto, finché non si sono aperte tutte; spegnete il fuoco e aspettate che si raffreddino, poi controllate una per una che le vongole siano aperte (quelle chiuse è molto probabile che siano morte o piene di sabbia, apritele in disparte ed eventualmente toglietele), filtrate il brodino di vongole che si è cosi creato con un colino a maglie strette su cui avrete posto un fazzoletto di cotone.
Qualcuno obietta che è crudele cucinare in questo modo degli animali vivi, su questo argomento è sorto un dibattito qualche tempo fa a Milano mentre ero a pranzo con i miei colleghi in un ristorante dove all’ingresso c’era un acquario con un grosso astice in un acquario che produceva bollicine in attesa che qualcuno ordinasse spaghetti all’astice o astice alla catalana, e scappò un po’ a tutti di pensare: “Poverino!”.
La maggior parte dei miei colleghi è di sesso femminile, ma di quel tipo di femmine attente alla linea, con un corpo perfettamente in linea, seducente e molto curato (una gioiosa macchina da guerra), di quelle che vuoi per questioni estetiche, vuoi per considerazioni salutistiche stanno attente a ciò che mangiano deprimendo in sé e intorno a sé la concezione del nutrirsi come un piacere.
Quasi tutte ordinano le insalatone, si tratta di scodelle enormi di verdura (talvolta anche di frutta nelle ricette più fantasiose), con l’aggiunta di qualche altro ingrediente per l’apporto di proteine (che pure sono importanti); ma accade spesso che anche queste tracce proteiniche vengano scartate alla fonte, viene fatta al cameriere la richiesta esplicita di eliminarle.
Niente uova, ad esempio, e questo posso capirlo, non piacciono nemmeno a me, non ne sopporto l’odore, quando mi capita di far colazione in qualche hotel soffro se il vicino rimesta nel suo piatto uova sode o strapazzate, provo autentiche fitte di dolore ogni qualvolta qualcuno apre quel marchingegno che mantiene calde le uova e sprigiona così il loro odore in tutta la sala delle colazioni.
Ma loro fanno eliminare anche la mozzarella, qualsiasi tipo di formaggio o di affettato che prevedesse la ricetta originale, il tonno e ogni altro tipo di pesce, tagliano i condimenti (l’olio ingrassa, il sale fa male, l’aceto da solo non è sensato, salse di soia o altro non se ne parla proprio) ... le più rigorose escludono anche il pomodoro, il rosso è un colore che infiamma, è meglio stare tranquilli e sereni.
Solo verdure dunque, scodellone di verdure che iniziano a ruminare a tavola e la cui digestione perdura per tutto il pomeriggio; ho il sospetto che il loro stomaco non sia come quello di tutti gli altri, una sacca unica, ma che si sia evoluto adeguandosi alla dieta, sospetto che si sia diviso in quattro come nei ruminanti: omaso, abomaso, rumine e reticolo.




21 gennaio 2012

VONGOLE FEROCI 3




Ma ritorniamo al nostro astice, che chiameremo Werther e alla sua sofferenza ... i dolori del giovane Werther, qualcuna esclamò: “Poverino, chissà come soffre!”, io replico: “Spesso tendiamo ad antropomorfizzare gli animali attribuendo loro intenzioni, motivazioni, sofferenze che sono solo nostre, come fai ad essere sicura che l’astice soffre?”, e lei : “Tu dici che non soffre?”, “No, io dico che non lo so, tu come fai ad essere così sicura che soffre?”, “Tu non soffriresti chiuso in una gabbia, con le mani legate, in attesa che qualcuno ti afferri e ti cucini?”, “Ma io non sono l’astice, io soffrirei ma non so se lui soffre, tutto ciò che fa è stare li muovendosi poco e producendo bollicine, sono segnali di sofferenza? Può anche essere, visto che provengono tutti da allevamenti, che sia abituato a non poter muovere le chele, perché gliele bloccano non appena crescono un po’, d’altronde non gli servono per nutrirsi né per scavare una tana, non ne ha bisogno, ha anfratti già pronti e cibo a  sufficienza. Non gli servono nemmeno a difendersi dai predatori, in natura un astice ogni volta che esce dalla sua tana per nutrirsi o per accoppiarsi rischia la vita perché qualcuno, pur non cucinandolo, potrebbe trovarlo appetitoso. Ho visto una volta un polipo avventarsi all’improvviso su un’aragosta, avvinghiarla con le sue chele e aprirne la corazza con una sorta di chiodo osso che ha alla base dalla testa, dove iniziano i suoi tentacoli, la apriva come se avesse un apriscatole e strappava la sua carne per mangiarla mentre l’aragosta era ancora viva. In realtà noi non abbiamo idea se l’astice soffre davvero del suo stato, non abbiamo modo di poterlo stabilire, forse la sofferenza che possiamo osservare è il dolore dell’essere catturato e dilaniato dal predatore o dell’essere immerso nell’acqua bollente nel momento stesso in cui ciò avviene, in questo senso i cuochi consigliano di legare l’astice o l’aragosta ad un’asse di legno, perché non si rattrappisca contorcendosi dal dolore causato dall’acqua bollente.



La sofferenza invece presupporrebbe l’aver coscienza della sua condizione di recluso o di morituro e l’aver nostalgia della propria libertà o della vita stessa, ma non abbiamo nessun indizio che ci dica questo ... solo le bollicine”. “Ma ogni essere soffre se ne viene limitato il suo stato naturale, le sue funzioni, le sue prerogative ...”, “Per soffrire devi aver coscienza di quale è il tuo stato naturale, le tue funzioni, le tue prerogative, credo che spesso accade che il nostro stato naturale sia quello in cui ci troviamo; noi esseri umani possiamo paragonarlo a qualcosa del nostro passato o a qualcosa che vediamo negli altri esseri umani, possiamo pensare che eravamo più felici da giovani o che altri sono più fortunati di noi a poter godere di alcune cose di cui noi non godiamo, ma ad esempio un cieco dalla nascita non avrà mai nostalgia della vista, per lui è naturale non vedere, fa persino sogni senza immagini. Il fatto è che noi uomini poniamo intenzioni e motivazioni in tutto ciò che osserviamo, ad ogni cosa attribuiamo un perché, e non importa che magari siano altre le intenzioni e le motivazioni che animano quegli eventi o che non esista alcuna motivazione, conoscere ciò che muove un evento è rassicurante, ci da l’idea che possiamo controllarlo, prevederlo, anticiparlo, modificarlo, provocarlo a nostro piacimento. Noi psicoanalisti poi siamo più inclini di ogni altro a trovare motivazioni alle cose, abbiamo persino inventato il concetto di motivazione (o desiderio) inconscio, forse per giustificare che anche quando ci sbagliamo abbiamo ragione noi, perché quando un paziente rifiuta di ammettere che è come noi gli stiamo interpretando, col desiderio inconscio noi possiamo dirgli che è esattamente come noi gli stiamo dicendo, solo che lui non lo sa e che non accetta che le cose stiano così come gli abbiamo detto noi. Si sta difendendo, se non si difendesse, se potesse accettarlo, lo saprebbe anche lui che le cose stanno così, esattamente come gli abbiamo detto noi. Pensa al concetto freudiano di “invidia del pene”, inizialmente le donne contemporanee a Freud furono propense (non tutte in verità) a dargli ragione, può darsi che sia così, avranno pensato, ma non si capiva bene se gli invidiavano l’organo sessuale (come riteneva Freud) oppure le prerogative, il potere e la libertà di cui il maschio godeva e di cui loro invece non godevano affatto. Le donne delle generazioni successive si sono incazzate con Freud, è da maschilisti pensare che la donna sia un essere passivo e incompleto, psicologia fatta da maschi a loro immagine e somiglianza.
Le donne di adesso ci ridono sopra su questa cosa dell’invidia del pene e ridono dietro a chiunque, sprezzante del pericolo, volesse riproporla come seria teoria psicologica, è una teoria fatta da uomini che non conoscono le donne, fatta senza le donne, è assurdo anche solo pensare che una donna possa invidiare un uomo perché possiede quella cosa ridicola in mezzo alle gambe.
E che dire poi dell’invidia del seno della Klein, il bambino ad un certo punto invidierebbe il seno dispensatore di cibo di sua madre, per questo lo morde, non può tollerare che qualcosa di buono stia fuori di lui, non gli appartenga, è la fase schizo-paranoide. E qui c’è da sbarrare gli occhi, il bambino di pochi mesi funziona come l’adulto affetto da una gravissima patologia psichica (anzi, un concentrato delle due peggiori patologie psichiche conosciute: la schizofrenia e la paranoia) e non può tollerare niente di buono che non gli appartenga, che stia al di fuori di lui e del suo controllo ... forse siamo noi a fare inferenze deliranti”.
Non devo aver convinto molto la mia interlocutrice, né io avevo intenzione di convincerla che poche parole e qualche misero accenno di argomentazione, intanto l’astice si era mosso, adesso guardava (ma già guardava sarebbe un attribuirgli arbitrariamente un’intenzione) nella nostra direzione ed emise più bollicine del solito ... forse per dar ragione a lei, forse per dar ragione a me, forse pensava: “Questi sono schizoparanoici! Io rischio la padella e loro producono bollicine di pensiero”.
Se le vongole sono fresche, se hanno l’odore e il sapore del mare, non aggiungetevi niente, né l’aglio, né il vino bianco, né i filetti di pomodoro, né peperoncino, né altro per insaporire, solo un pizzico di sale e gli spaghetti al dente che finiranno la cottura saltati nella pentola insieme alle vongole.
A termine cottura mettete dell’olio extra-vergine di oliva (di quello buono e con un grado di acidità non elevato, l’olio deve esaltare il sapore della vongola, non coprirlo), del prezzemolo tritato al momento e del pepe macinato fresco e servite.






17 gennaio 2012

GONG












14 gennaio 2012

IL SUON CHE DI DOLCEZZA I SENSI LEGA





L'arca, in marmo rosso di Verona, che tuttora contiene le spoglie del Poeta ricalca l'esempio degli antichi sarcofagi romani. Fu eretta sei anni dopo la morte del Poeta dal genero Francescuolo da Brossano e reca la scritta dettata dallo stesso Poeta: “FRIGIDA FRANCISCI LAPIS HIC TEGIT OSSA PETRARCE; SUSCIPE VIRGO PARENS ANIMAM; SATE VIRGINE PACE. FESSAQ(UE) IAM TERRIS CELI REQUIESCAT IN ARCE ( Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca, accogli, o Vergine Madre, l'anima sua, e tu, figlio della Vergine, perdona. Possa essa, stanca della terra, riposare nella rocca celeste).





IL SUON CHE DI DOLCEZZA I SENSI LEGA

Quando Amor i belli occhi a terra inchina
e i vaghi spirti in un sospiro accoglie
co le sue mani, et poi in voce si scioglie,
chiara, soave, angelica, divina,

sento far del mio cor dolce rapina,
et sí dentro cangiar penseri et voglie,
ch’i’ dico: Or fien di me l’ultime spoglie,
se’l ciel sí honesta morte mi destina.

Ma ‘l suon che di dolcezza i sensi lega
col gran desir d’udendo esser beata
l’anima al dipartir presto raffrena.

Cosí mi vivo, et cosí avolge et spiega
lo stame de la vita che m’è data,
questa sola fra noi del ciel sirena.

(Petrarca, Canzoniere 167, 9.)






CHE FAI? CHE PENSI? CHE PUR DIETRO GUARDI?

Che fai? Che pensi? Che pur dietro guardi?
nel tempo, che tornar non pòte omai?
Anima sconsolata, che pur vai
giugnendo legne al foco ove tu ardi?
Le soavi parole e i dolci sguardi
ch’ad un ad un descritti e depinti hai
son levàti da terra; et è, ben sai,
qui ricercarli, intempestivo, e tardi.
Deh, non rinnovellar quel che n’ancide;
non seguir più penser vago, fallace,
ma saldo e certo, ch’a buon fin ne guide.
Cerchiamo ’l ciel, se qui nulla ne piace;
ché mal per noi quella beltà si vide,
se viva e morta ne devea tôr pace.

(Petrarca, Canzoniere, CCLXXIII)







BENEDETTO SIA’L GIORNO E’L MESE E L’ANNO

Benedetto sia’l giorno e’l mese e l’anno
e la stagione e’l tempo e l’ora e’l punto
e’l bel paese e’l loco ov’io fui giunto
da duo begli occhi che legato m’ànno;

E benedetto il primo dolce affanno
ch’ì ebbi ad esser con Amor congiunto,
e l’arco e le saette ond’ì fui punto,
e le piaghe che’nfin al cor mi vanno.

Benedette le voci tante ch’io
chiamando il nome de mia donna ò sparte,
e i sospiri e le lagrime e’l desio;

e benedette sian tutte le carte
ov’io fama l’acquisto, e’l pensier mio,
ch’è sol di lei; si ch’altra non v’à parte.

(Petrarca, Canzoniere, LXI).







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